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giovedì 22 maggio 2014

CERCO UNO PSICOLOGO: COME SCEGLIERLO????







Carissimi,

come potete capire dal titolo di questo post, oggi vi vorrei parlare della difficile scelta di scegliere uno psicologo, una persona che, di norma, si contatta per un bisogno, una difficoltà nel affrontare una situazione divenuta insopportabile...scelta dunque importante e difficile, dalla quale, in parte, può dipendere la risoluzione del proprio malessere.

Dunque, fatta questa premessa, come ci si può orientare nella giungla di psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, mental coatch...e chi più ne ha più ne metta????!!!

Sembrerebbe un'impresa difficile, ma credo, come in ogni aspetto della vita, che un pizzico di fiducia in se stessi anche nei momenti più difficili possa portare la persona a fare una scelta "sufficientemente buona" (per citare un autore a me caro, Winnicott). Il primo passo è conoscere le varie differenze tra le professioni sopra citate. Uno psichiatra è un medico, specializzato in psichiatria, può prescrivere i farmaci e il suo approccio sarà per lo più incentrato sul trovare il giusto farmaco e dosaggio per contrastare il malessere. Talvolta può bastare, ma molto spesso questo approccio deve essere affiancato da un percorso psicoterapeutico.
Chi è lo psicoterapeuta? E' uno psicologo (o talvolta medico) che ha continuato i suoi studi e si è specializzato in psicoterapia. Ha generalemente fatto un percorso individuale di diversi anni su se stesso (a mio avviso fondamentale per aiutare qualcuno) che gli ha fornito gli strumenti per conoscere il proprio mondo interno e, di conseguenza, quello dei suoi pazienti. Lo psicoterapeuta può poi essere specializzato in diverse aree di competenza, che gli forniscono una qualifica e un sapere particolareggiato (nel mio caso, per esempio, le aree di mia competenza sono l'adolescenza e l'età adulta, due epoche affascinanti e talvolta problematiche!).
Lo psicologo, invece, è un laureato in psicologia, abilitato alla professione dopo un tirocinio, il superamento di un esame di stato e l'iscrizione ad un albo regionale. E' il primo step per diventare uno psicoterapeuta, se voluto.

Quindi, ricapitolando, prima di contattare un professionista, presi dalla fretta di risolvere il problema, prendetevi del tempo e cercate di capire di che cosa avete bisogno in quel momento,  di quale figura professionale e cercate sempre, soprattutto oggigiorno, di individuare le migliori competenze, formazioni che possono fare al caso vostro. Poi, una volta trovato, fate un colloquio (o poco più) e affidatevi alle vostre sensazioni, alla vostra "pancia", se non sentite il giusto feeling, non è quello che fa per voi.

Alla prossima
Psicologo Sesto San Giovanni, alias


Dott. Marco Santini - Psicologo, Psicoterapeuta
www.percorsipsicologici.com



mercoledì 21 maggio 2014

VIVERE CON LA DEMENZA: CONSIGLI UTILI PER I FAMILIARI







Nella mia attività incontro molte persone con varie forme di demenza, e negli anni mi sono resa conto che nella gestione del malato sono i familiari le persone che più spesso si trovano ad affrontare sentimenti di sofferenza e frustrazione.

In questo e nei prossimi post, vorrei analizzare alcuni comportamenti tipici della persona con demenza e fornire qualche indicazione utile sulla loro gestione.

Vorrei incominciare da alcuni comportamenti che caratterizzano la comunicazione verbale con il malato.

RIPETITIVITA’

Il malato pone all’interlocutore la stessa domanda o fa la stessa osservazione più e più volte nell’arco di poco tempo. È del tutto comprensibile che all’ennesima ripetizione il familiare senta dentro un misto di frustrazione, rabbia e compassione! La ripetitività è in parte dovuta alla progressiva perdita della memoria, che non consente alla persona di ricordare di aver già fatto una domanda e di aver ricevuto risposta. È tuttavia dovuta anche alla ridotta capacità di comprendere la realtà che circonda il malato, rendendolo insicuro.

Cosa possiamo fare?

· NON LO FA APPOSTA!
Il malato non si ricorda di aver già detto la stessa cosa più volte: farglielo notare servirà solo a rattristarlo o ad agitarlo. Se questo comportamento innervosisce troppo il familiare, è meglio rompere il circolo vizioso: uscire dalla stanza, o distrarre il malato proponendogli altre attività.

· SFORZIAMOCI DI INDIVIDUARE IL BISOGNO ovvero perché il malato è ripetitivo?
La ripetizione può essere dovuta al fatto che il malato percepisce di avere poche capacità comunicative: continuando inconsapevolmente a porre la stessa domanda tenta di mantenere la relazione con l’interlocutore. In questi casi, non è tanto importante rispondere alla domanda, ma far sentire la propria presenza affettiva al malato.
La ripetizione potrebbe essere la manifestazione di uno stato di ansia e preoccupazione: la domanda è un modo per esprimere un disagio. Capire che cosa disturba il malato potrebbe ridurre questo comportamento.

· ANTICIPARE LA DOMANDA
Tanto maggiori sono le informazioni che il malato riceve dall’ambiente e dalle persone vicine, tanto minore sarà il bisogno di porre delle domande. Se il malato chiede in continuazione cosa mangerà a pranzo, appendiamo una lavagna in cucina con il menù della giornata e abituiamolo a farne uso.

· OFFRIAMO ATTIVITA’ ALTERNATIVE
La ripetizione di domande e frasi talvolta riempie dei “vuoti”, il malato si sta annoiando o non sa come impiegare il tempo: coinvolgerlo in semplici attività che lo interessano e che è in grado di fare (annaffiare i fiori, fare una passeggiata, fare una telefonata) può ridurre questo comportamento.

GIUSTIFICARE, MINIMIZZARE E MENTIRE

La persona malata, quando è consapevole delle proprie difficoltà, può spaventarsi o vergognarsi. Può temere che mostrando i propri “vuoti” possa perdere il proprio ruolo familiare, sociale, e soprattutto l’affetto delle persone più care. In altri casi è il problema di memoria che lo induce a dimenticare gli eventi e a rispondere a domande specifiche (“cosa hai fatto stamattina?”) con frasi adeguate ma generiche e prive di informazioni dettagliate (“Ho fatto colazione e sono uscito per una passeggiata” anziché “Ho mangiato caffè e biscotti, mi ha telefonato la zia e al mercato ho comprato dei guanti”).
A volte i malati mostrano comportamenti anomali durante le conversazioni: minimizzano la situazione (“capita a tutti di dimenticare”), si giustificano (“oggi sono stanco, per questo non mi ricordo”… “ho sempre da fare, non faccio attenzione a certe cose”), e mentono (“non ho spostato il portafogli, sei tu che tocchi sempre le mie cose!”).

Cosa possiamo fare?

· RASSICURARE IL MALATO
Facciamogli sentire il nostro affetto e la nostra vicinanza, questo lo aiuterà a sentirsi più libero di esprimere le sue paure e meno giudicato per i suoi difetti

· NON SOTTOLINEARE I SUOI DIFETTI
Metterlo di fronte alle sue difficoltà rinforza le sue difese e sollecita inutili e controproducenti comportamenti di rabbia.

· NON SENTIAMOCI PRESI IN GIRO
Il malato non è improvvisamente diventato una persona bugiarda! Il mentire, spesso incolpando le altre persone di qualche misfatto o disattenzione, è una risposta il più possibile adattiva all’ambiente, considerate le difficoltà cognitive indotte dalla malattia.

A cura della dott.ssa Manuela Fumagalli
Psicologa - esperta in Neuropsicologia
Via Monte Grappa, 272
Sesto San Giovanni (MI)
cell. 327 1643917
http://www.percorsipsicologici.com/area-neuropsicologica.html

mercoledì 7 maggio 2014

L'efficacia della riabilitazione cognitiva nell'Alzheimer




Oggi parliamo di Alzheimer e di come si può combattere e contrastare il decadimento di questa malattia.


Uno studio australiano pubblicato di recente sulla rivista internazionale Journal of Alzheimer’s Disease ha dimostrato che la riabilitazione cognitiva, effettuata in modo costante e intensivo negli stadi precoci della malattia di Alzheimer, è in grado di migliorare lo stato cognitivo del paziente e aumentare l’attività cerebrale.

Quaranta pazienti con un iniziale decadimento cognitivo o con una forma di depressione esordita nella tarda età adulta sono stati coinvolti nello studio. Dopo una valutazione cognitiva, psicologica e dell’attività neurofisiologica del cervello (EEG), trentuno pazienti sono stati trattati con sedute di RIABILITAZIONE COGNITIVA della durata di due ore, svoltesi a cadenza bisettimanale per 7 settimane. Ventidue pazienti invece non hanno ricevuto nessun trattamento (gruppo di controllo).

Dopo 7 settimane, i pazienti sono stati rivalutati sul piano cognitivo, psicologico e neurofisiologico (EEG). Il gruppo di pazienti che ha ricevuto il trattamento intensivo di RIABILITAZIONE COGNITIVA ha mostrato un miglioramento ai test cognitivi e un aumento dell’attività cerebrale fronto-centrale, corrispondente al potenziamento dei processi pre-attentivi. Questi pazienti inoltre riferivano un soggettivo miglioramento della memoria. Nessun miglioramento si è rilevato nel gruppo di controllo.

Questo studio dimostra che la RIABILITAZIONE COGNITIVA è in grado di agire sulle capacità neoplastiche del cervello, potenziando le abilità cognitive. La sua efficacia è maggiore quando il trattamento viene iniziato fin dalle prime avvisaglie della malattia.

Recensione dell’articolo: Mowszowski, Loren, et al. "Cognitive Training Enhances Pre-Attentive Neurophysiological Responses in Older Adults ‘At Risk’of Dementia." Journal of Alzheimer's Disease 2014.

A cura della dott.ssa Manuela Fumagalli
Via Monte Grappa, 272
20099 Sesto San Giovanni (MI)
http://www.percorsipsicologici.com/area-neuropsicologica.html
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mercoledì 8 gennaio 2014

Riabilitazione Neuropsicologica, ossia un valido aiuto al decadimento nell'anziano


Carissimi,

oggi volevo rispondere a quanti di voi mi hanno scritto chiedendomi che tipo di servizio era quello della riabilitazione neuropsicologica,una delle attività erogate nel mio studio, sicuramente la meno nota rispetto alle altre (per una lista completa dei servizi che svolgiamo vi rimando al sito internet www.percorsipsicologici.com).

La riabilitazione neuropsicologica è un'attività svolta da psicologi esperti in neuropsicologia (titolo conseguito a seguito di un master post-laurea di I e II livello) ed è un'attività rivolta soprattutto ai soggetti anziani con deficit cognitivi dovuti a malattie degenerative quali l'Alzheimer, il Parkinson, le demenze vascolari o a seguito di ischemie o ictus. In alcuni casi, si può lavorare anche con persone "più  giovani" che hanno subito incidenti che hanno compromesso la sfera cognitiva.

La riabilitazione, preceduta da una valutazione del caso effettuata con test mirati, consiste in esercizi cognitivi specifici, personalizzati in base al deficit che si deve recuperare o contrastare (nel caso del decadimento derivato da malattia degenerativa ).Tali esercizi, se svolti con regolarità nel tempo, permettono al soggetto, a seconda dei casi, di recuperare e/o potenziare le aree cognitive interessate, permettendogli un miglioramento della sua condizione di vita e un miglioramento generale del suo benessere e quello dei familiari.

Chi fosse interessato ad approfondire questa tematica o voglia sottoporci domande o casi personali, ci contatti direttamente.

Cari saluti

mercoledì 31 luglio 2013

“Kaizen, Benessere e miglioramento aziendale: una filosofia orientale al nostro servizio”


Oggi vorrei parlarvi del Kaizen, una filosofia orientale che se fosse sempre praticata all'interno delle varie realtà lavorative, creerebbe un clima aziendale sereno e altamente produttivo.


Buona lettura!

Come psicoterapeuta, mi occupo quotidianamente di benessere psicologico delle persone che mi contattano per svariati problemi, derivati sia dai conflitti familiari sia da quelli più legati all’ambito di lavoro (stress, mobbing, problematiche relazionali…).

Ma come si può prevenire il disagio vissuto all’interno delle proprie realtà lavorative?

Con un approccio al mondo del lavoro diverso e con una visione più aperta sia da parte dell’azienda che dei singoli che ne fanno parte, in una parola sola, attraverso il Kaizen.

Questo termine deriva dall’industria giapponese e significa “miglioramento continuo”. In psicologia del lavoro, si fa riferimento al kaizen per migliorare i processi produttivi, il benessere psicologico aziendale a partire dalla base sino a raggiungere i vertici della piramide aziendale.

La visione del Kaizen è quella del rinnovamento a piccoli passi, da farsi giorno dopo giorno, con continuità, in radicale contrapposizione con concetti quali innovazione, rivoluzione e conflittualità di matrice squisitamente occidentale. La base del rinnovamento è quella di incoraggiare ogni persona ad apportare ogni giorno piccoli cambiamenti il cui effetto complessivo diventa un processo di selezione e miglioramento dell’intera organizzazione. Il Kaizen è un processo quotidiano il cui scopo è il miglioramento dell’efficienza produttiva soprattutto attraverso l’ umanizzazione del posto di lavoro. Secondo l’approccio Kaizen, l’umanizzazione del posto di lavoro, ad ogni livello e coinvolgendo qualunque processo aziendale, comporta un aumento della produttività: l’idea è quella di nutrire le risorse umane dell’azienda elogiandole ed incoraggiandole alla partecipazione delle attività legate alla Qualità.

Presupposti necessari (per altro non sufficienti) al coinvolgimento totale dei singoli alla realizzazione degli scopi dell’Organizzazione sono:

1) La costruzione dei processi aziendali attraverso il massiccio ricorso al Team Work;

2) La trasformazione del management aziendale da Controller a Team Leader con spostamento del recruitment verso soggetti capaci di leadership carismatica e di coaching;

3) Il potenziamento dei momenti di ascolto e dei canali comunicativi tanto interni quanto esterni (reporting, auditing, monitoring, B2B relationship, stakeholders embedding, customer relationship management, etc.);

4)L’implementazione di riunioni periodiche dedicate al miglioramento (Kaizen Events) che non si limitano alla c.d. Management Review prevista dalla EN ISO 9001 ma che avvengono settimanalmente a livello di team;

5) La gestione del cambiamento (Change Management) attraverso delle sessioni dedicate (Blitz Kaizen) affidate al Quality Manager che ne cura la preparazione, la gestione e le attività di follow-up in veste di facilitatore.

Il personale dell’Organizzazione, dal C.E.O. fino all’addetto alle pulizie, tanto quanto tutti gli stakeholders (per i processi ad essi dedicati), è tutto inderogabilmente coinvolto nel processo di miglioramento e nella gestione della Qualità.

Questo naturalmente può avvenire se la stessa azienda permette e accetta un cambiamento portato quotidianamente dai singoli lavoratori. In Italia, capita di sovente, infatti, di incontrare realtà chiuse, non aperte all’innovazione e spaventate dall’idea di cambiare, anche se questo può portare un miglioramento nei processi e nel lavoro aziendale, oltre ad un benessere collettivo percepito dai dipendenti.

L’auspicio che possiamo fare è quello di avere una visione personale più aperta nel nostro approccio al mondo del lavoro che ci permetta di viverlo non solo come un dovere, un obbligo, ma un’opportunità di crescita personale e aziendale, nella speranza di avere altresì alle nostre spalle un ambiente lavorativo che ci faciliti in questo processo di crescita e di trasformazione.

mercoledì 19 giugno 2013

La creatività nella malattia di Parkinson: È una sostanza chimica che stimola le nostre capacità artistiche?



Carissimi,

dopo alcuni mesi di intenso lavoro che ci hanno tenuti lontani da voi e dal nostro blog, è con piacere che pubblichiamo oggi un interessante articolo della collega Fumagalli inerente la creatività nella malattia di Parkinson e il ruolo dei farmaci.

La dott.ssa Manuela Fumagalli è una psicologa esperta in problematiche della terza età e specializzata in neuropsicologia. Lavora presso il servizio di neuropsicologia dei disordini del movimento del Policlinico di Milano e come libera professionista svolge riabilitazioni cognitive a Milano e provincia.

Buona lettura!



Che cos’hanno in comune Salvador Dalì, eccentrico pittore surrealista, e Charles Schulz, disegnatore americano di fumetti e inventore del famoso personaggio di Charlie Brown? Le opere artistiche di entrambi sono famose in tutto il mondo, certo, ma forse non in molti sanno che entrambi questi artisti avevano la malattia di Parkinson.

Il legame tra malattia di Parkinson e creatività è ancora oscuro, tuttavia i ricercatori si stanno interrogando su questi temi, anche alla luce di nuove interessanti osservazioni e nuovi risultati scientifici.

Per chi vive con il Parkinson perché ne è affetto, perché ha un familiare che ne soffre, o perché, come i medici, gli psicologi o i fisioterapisti, ci lavora quotidianamente, è abbastanza frequente incontrare qualcuno che dopo la diagnosi di malattia di Parkinson racconti di aver iniziato a disegnare, scrivere, scolpire, senza aver mai avuto prima inclinazioni artistiche.

Si tratta di una semplice casualità o di un fenomeno che merita di essere studiato e approfondito?

Gli studiosi si sono accorti negli ultimi anni di questo filo rosso che collega la malattia di Parkinson con la creatività e si sono domandati quale sia l’origine di questa relazione, in particolare quale sia il ruolo svolto dalle terapie farmacologiche e dalla stimolazione cerebrale profonda (DBS).

Le terapie farmacologiche per il Parkinson includono principalmente i farmaci dopaminergici, ovvero dopamina e dopamino-agonisti. Questi farmaci possono indurre in alcuni pazienti la così detta “sindrome da disregolazione dopaminergica” ovvero la tendenza ad abusare di tali farmaci aumentando la quantità e la frequenza delle dosi senza che ciò sia stato consigliato dal neurologo. Questo sintomo rientra in una più ampia categoria di disturbi, i “disturbi del controllo degli impulsi”, che includono il gioco d’azzardo patologico, gli acquisti compulsivi, l’alterazione del comportamento sessuale, e ogni altro comportamento in cui il soggetto si sente incapace di resistere a un impulso, ad un desiderio impellente, o alla tentazione di compiere un'azione pericolosa per sé e per gli altri. In genere, il soggetto avverte una sensazione di eccitamento prima di compiere l'azione e in seguito prova piacere, gratificazione nel momento in cui esegue l'azione.

Vi sono diversi casi riportati in letteratura in cui pazienti con malattia di Parkinson senza precedenti inclinazioni artistiche o che già le possedevano prima dell’esordio, hanno iniziato ad abusare dei farmaci dopaminergici assumendone sempre dosi maggiori poiché questo favoriva la loro produttività artistica.

Esempio suggestivo di una relazione tra farmaci e creatività è il caso di un paziente, pittore amatoriale fin da prima dell’esordio della malattia, la cui produttività artistica variava in base al dosaggio di farmaco dopaminoagonista. Quando il paziente assumeva dosi molto alte di farmaco, dipingere era il suo unico interesse, a cui si dedicava giorno e notte trascurando la famiglia, la vita sociale e anche il sonno. Trovato il giusto dosaggio di farmaco, il paziente ha continuato a coltivare la sua passione artistica ma in modo più moderato (Kulisevsky et al., 2009).

Persone che svolgono attività e professioni artistiche che sviluppano la malattia di Parkinson sono quindi maggiormente a rischio di sviluppare una dipendenza da farmaci dopaminergici. Vi sono tuttavia altri fattori, quali l’esordio giovanile della malattia, il sesso maschile, il consumo di alcool in grandi quantità, l’uso di droghe e la presenza di disturbi psichiatrici che aumentano tale rischio.

La terapia dopaminergica dunque sembra essere in grado di intervenire sui processi creativi, sviluppando capacità artistiche prima mai manifestatesi o alterandole, fino a livelli patologici.

Se la creatività nel Parkinson fosse soltanto una manifestazione del disturbo da disregolazione dopaminergica, allora i pazienti creativi dovrebbero mostrare anche altre alterazioni comportamentali.

Ricercatori italiani si sono domandati se l’inclinazione artistica di alcuni pazienti sia da considerarsi una compulsione priva di qualsiasi valore artistico oppure se si tratti di un talento artistico silente che emerge grazie alla terapia farmacologica. Infatti, alcune caratteristiche dell’attività artistica di questi pazienti, come il dedicare la maggior parte della giornata alla nuova attività trascurando la famiglia, gli amici e i doveri e impegni quotidiani, potrebbero somigliare a un disturbo del controllo degli impulsi.

I ricercatori hanno quindi confrontato un gruppo di parkinsoniani con produzione artistica con parkinsoniani senza tali inclinazioni artistiche e con un gruppo di controllo di soggetti sani non artisti, facendo rispondere a questionari per l’individuazione di comportamenti compulsivi e di pensiero creativo. Il risultato è stato che i “parkinsoniani artisti” non presentavano un aumento di comportamenti compulsivi o impulsivi, e il loro pensiero creativo era maggiore rispetto ai pazienti parkinsoniani non artisti. Gli autori hanno espresso l'ipotesi che la terapia dopaminergica potrebbe indurre un talento innato a manifestarsi in soggetti con predisposizione artistica (Canesi et al., 2012).
Questo studio sembra portarci finalmente una buona notizia: la terapia dopaminergica non induce solo effetti collaterali negativi (il gioco d’azzardo, allucinazioni, ipersessualità), ma anche un effetto positivo, la creatività.

Cosa possiamo dire invece sugli effetti che ha DBS ha sulla creatività?

Sono descritti in letteratura due casi di pazienti con produzione artistica e con stimolazione cerebrale profonda (DBS): in un caso, una pittrice con malattia di Parkinson da 20 anni dopo essersi sottoposta ad intervento per DBS lamentò che la stimolazione peggiorava la qualità dei suoi dipinti (Drago et al., 2009); in un altro caso, un pittore dopo la DBS modificò completamente i soggetti e lo stile dei suoi disegni (Inzelberg, 2013).

Uno studio francese ha confrontato un gruppo di pazienti parkinsoniani creativi con un gruppo di pazienti parkinsoniani non creativi prima ed un anno dopo l'intervento di DBS. Tra i pazienti creativi, l’inclinazione artistica in alcuni era presente già prima di sviluppare la malattia, in altri si era presentata dopo l’assunzione di farmaci dopaminergici. I ricercatori hanno riscontrato che i pazienti creativi assumevano mediamente dosi nettamente superiori di farmaci dopaminoagonisti prima dell'intervento. Non vi erano invece differenze nella presenza di disturbi del controllo degli impulsi (gioco d’azzardo, acquisti compulsivi, ipersessualità, irritabilità). Dopo l'intervento, il dosaggio dei farmaci è stato ridotto drasticamente in entrambi i gruppi in seguito ad un miglioramento della funzione motoria e la creatività è scomparsa in tutti i pazienti tranne uno (Batir, 2009). Questo risultato può significare sia che la creatività possa essere stata annullata dalla riduzione dei farmaci, sia che la DBS sia responsabile della perdita delle capacità creative.

Un'altra questione rimane aperta: non tutti i malati di Parkinson sviluppano la creatività, perché? Vi sono delle caratteristiche per cui alcuni pazienti sviluppano questi tratti, mentre altri non lo fanno?

Una migliore comprensione delle basi neurologiche della creatività umana e il progresso nella ricerca sulle modificazioni comportamentali della malattia di Parkinson potranno forse risolvere questo problema.




A cura della dott.ssa Manuela Fumagalli

Via Monte Grappa 272, 20099 Sesto San Giovanni (MI)
www.percorsipsicologici.com
cell: 327-1643917



Bibliografia

· Batir A 13° Convegno Internazionale della Movement Disorder Society, Parigi, giugno 2009 Abstract Mo-163

· Canesi Rusconi, Isaias, Pezzoli, Artistic productivity and creative thinking in Parkinson’s disease, European Journal of Neurology, 2012, 19: 468–472.

· Drago, Foster, Okun, Cosentino, Conigliaro, Haq, Sudhyadhom, Skidmore , Heilman, Turning off artistic ability: The influence of left DBS in art production, Journal of the Neurological Sciences, 2009, 281: 116–121.

· Inzelberg, The Awakening of Artistic Creativity and Parkinson’s Disease, Behavioral Neuroscience, 2013, 127, 2: 256–261.

· Kulisevsky, Pagonabarraga, Martinez-Corral,Changes in artistic style and behaviour in Parkinson’s disease: dopamine and creativity, J Neurology, 2009, 256:816–819. 




venerdì 8 giugno 2012

Progetto di intervento psicologico





Carissimi,

oggi condividiamo con voi un progetto che è attivo nei dintorni del comune di Padova che vede in "prima linea" (viste le difficoltà di cui  ci parla mi sembra il termine più appropiato) il dott. Bertolino nella sua attuazione e progettazione. Per un'idea più precisa di che cosa si tratta, lascio la parola al collega! Buona lettura.




Insieme a due mie colleghe ho pensato di avviare un iniziativa chiamata I-pedd, come acronimo di Intervento di prevenzione e dialogo sul disagio psichico, in un comune vicino a Padova, molto piccolo, di appena 3000 abitanti. Non è stato per nulla facile riuscire a farsi approvare il progetto, poiché delle numerosissime mail che abbiamo spedito a vari assessori e sindaci, abbiamo ricevuto soltanto pochissime risposte e, addirittura, una sola persona (il sindaco del comune in questione, di cui non dirò il nome per ragioni di privacy) si è detta disposta a far partire il progetto (anche se, come dicono qui nel veneto, "non gh'erano schei" e così abbiamo dovuto persino pagarci la stampa delle locandine). Come se non bastasse, la pubblicità, che secondo gli accordi avrebbe dovuto essere fatta dal comune, distribuendo il materiale nelle varie scuole del circondario, nella bacheca e così via, è avvenuta in maniera molto incompleta, poiché circa la metà degli opuscoli non era stato neppure distribuito. Eppure, incredibilmente viste le circostanze, ci sono stati svariati contatti, da parte della cittadinanza locale, a dimostrazione che la decisione di consultare uno specialista della salute mentale non è solamente un vezzo per persone alto-borghesi, ma un bisogno diffuso anche tra fasce della popolazione meno istruite e con redditi meno abbienti.

Il progetto da noi proposto prevede la possibilità di rivolgersi a specialisti che possano rispondere alle richieste delle varie fasce d'età e di ruolo, poiché abbiamo suddiviso i pomeriggi in maniera tale che ci fosse uno spazio riservato agli adolescenti, uno per i genitori e uno per gli adulti. A dire il vero i contatti maggiori sono stati da parte di genitori, inviati dalle maestre delle elementari per difficoltà scolastiche. Effettivamente il disagio nei bambini e negli adolescenti si manifesta in maniera elettiva proprio in questo ambiente. Lo spazio che noi avevamo riservato alla fascia adolescenziale, pensandolo come un luogo di accesso libero, senza necessità di prenotazione non ha avuto successo, nel senso che le persone che hanno richiesto una consultazione l'hanno sempre fatto prenotandosi al numero o all'indirizzo e-mail attivato per il progetto. Non abbiamo quindi ricevuto nessun invio spontaneo da parte della fascia adolescenziale, a testimonianza del fatto che il canale di accesso da noi pensato non è risultato efficace per raggiungere questa enigmatica e complessa fascia d'età.

Mi sono forse dimenticato di spiegare dove vengono svolti i colloqui, ma colmo questa lacuna dicendo che si tengono nella sala dell'assistente sociale, quando quest'ultima non ne ha bisogno. Certo lavorare in questo modo è molto diverso rispetto a ricevere i pazienti nel proprio studio privato, perché si svolge in un certo senso il ruolo di psicologo di base; in una comunità così piccola capita che ci si conosca tutti e non c'è quindi da stupirsi se i genitori che accedono al servizio abbiano i figli che frequentano la stessa classe e si conoscano molto bene. Vi terrò aggiornato nei prossimi mesi! A presto.

A cura del dott. Damiano Bertolino
Padova - Via Cavallotti 61
cell: 3669309334

mercoledì 6 giugno 2012




Carissimi,

oggi lascio la parola alla collega di Padova, dott.ssa Sarah Recchia, che con piacere accolgo per la prima volta all'interno del blog. L'articolo è molto interessante e permette diversi spunti di riflessione, spero vi piaccia. Vi ricordo che avete a disposizione uno spazio alla fine di ogni post per eventuali commenti o suggerimenti. Buona lettura!




PANTA REI E PSICOTERAPIA


“Non si può discendere due volte nel medesimo fiume; non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento si disperde e si raccoglie, viene e va”.

Secondo le parole di Eraclito, nel suo trattato “Sulla natura”, nulla resta immutato o fisso ma tutto risente di un continuo cambiamento, sia per il mutare delle situazioni, sia perché anche l’uomo evolve e cambia ininterrottamente.

Eppure quando i pazienti si rivolgono ad un terapeuta sembra proprio che si sia inceppato il meccanismo del πάντα ῥεῖ e non si riesca più a seguire il normale percorso evolutivo perché qualcosa continua a ripetersi, creando sofferenza e disagio nel soggetto stesso e nelle proprie relazioni sociali, famigliari o lavorative.

Il cambiamento quindi diventa l’obiettivo dell’azione terapeutica.

Ma cosa si intende per cambiamento in psicoterapia?

La risposta a questa domanda è stata di volta in volta modificata nel corso dello sviluppo della teoria psicoanalitica e delle nuove conoscenze acquisite anche grazie al progresso delle neuroscienze.

Il termine cambiamento deriva dal verbo latino “campsare” nel senso di mutare, curvare, ma anche barattare. Compito quindi del terapeuta sarebbe quello di barattare con il paziente nuovi meccanismi di compromesso diversi dai sintomi patologici per gestire il dolore psichico, ma anche riuscire a curvare, inteso come plasmare un sistema difensivo rigido per trovare soluzioni più adattive e modificare gli schemi relativi al Sé e all’oggetto.

Di conseguenza ne deriva che non è possibile parlare di un solo tipo di cambiamento auspicabile, né di un unico modo per realizzarlo, ma esistono diversi meccanismi che producono diverse tipologie di cambiamento e queste vanno definite in base al livello di funzionamento e mentalizzazione del soggetto e agli obiettivi plausibili per quel paziente.

Le possibilità di cambiamento offerte dalla psicoterapia variano notevolmente da paziente a paziente e dalla relazione che si viene ad instaurare nella coppia analitica, offrendo uno spazio protetto e confortevole in cui si possa rimettere in moto il meccanismo del πάντα ῥεῖ.
A cura della dott.ssa Sarah Recchia
Via Altinate 4 - Padova
cell: 3381259719

mercoledì 4 aprile 2012

Piercing e Tatuaggi in adolescenza



Carissimi,

il post di oggi è inerente all'uso che gli adolescenti fanno dei piercing e dei tatuaggi, simboli spesso letti in chiave di ribellione e trasgressione, ma molto spesso oggetti di una ricerca identitaria in un periodo della vita in cui si è costretti a lasciare alle spalle ogni cosa. Con l'adolescenza, infatti, perdiamo parte del nostro patrimonio neuronale che avevamo alla nascita (motivo per cui i bambini piccoli assimilano informazioni, imparano diverse lingue, almeno potenzialmente, meglio che in altre epoche della vita), gli ormoni iniziano il loro cammino nel corpo dell'adolescente, iniziando a fargli vivere sensazioni corporee nuove; il corpo cambia forma; gli adulti iniziano ad aspettarsi un comportamento più maturo...ma a livello psichico cosa succede???

Capita che i valori mentali precedenti, quelli in cui l'immagine di sè era ben conosciuta, apprezzata dai genitori, subisce profondi cambiamenti, perchè entra nella scena un corpo sessuato che prima non c'era. Se prima, nell'infanzia, era socialmente accettato poter dire al proprio genitore "ti sposo papà" (o mamma, a seconda del sesso del bambino), con il passare degli anni, e con l'avvento dell'adolescenza, questo progetto sfuma, ed entra sulla scena il nuovo progetto: quello esogamico, cioè le relazioni vanno coltivate fuori dalla famiglia. Entra dunque il scena per la prima volta il gruppo dei pari e si devono elaborare diversi lutti (dal proprio corpo infantile, dai genitori idealizzati dell'infanzia, dal proprio ruolo ed identità avute nella propria infanzia).

Ma cosa c'entrano dunque il piercing e i tatuaggi?!

La loro funzione, in quel periodo della vita, è utilizzata proprio per la nuova ricerca identitaria, simboli di una nuova immagine corporea che l'adolescente è in continua ricerca. Il piercing, in paricolare, è un elemento che si presta maggiormente a multiple identificazioni, per il fatto che si può mettere, togliere, mettere in diverse parti del corpo (sopraciglia, naso, lingua, ombelico sino arrivare all'estremo degli organi sessuali). Ha  una valenza sensuale ed estetica, supportata dalla comunicazione mediatica (vd la moda): per gli adolescenti rappresentano (piercing e tatuaggio) un serbatoio privilegiato dove attivare i processi di mimesi identificatoria.

Nell'adolescente il piercing ha una valenza di rito iniziatico di passaggio, interessando il corpo, da a questo valore e diviene parte del gioco di costruzione dell'identità. Il tatuaggio, invece, si imprime in una zona più profonda del sè, e assume un diverso spessore simbolico per i ragazzi, dato dal fatto che è "per sempre" (a differenza del piercing che molto spesso è poi destinato a sparire con il passare degli anni, ossia quando l'identità si è ben consolidata e non deve più dipendere da simboli esterni, ma è stata introiettata nel proprio mondo interno).

martedì 20 marzo 2012

La psicoanalisi

La guerra civile - Salvador Dalì

Carissimi,
oggi vi voglio parlare della psicoanalisi, spesso questa entra nel linguaggio di tutti i giorni con connotazioni che poco hanno a che fare con la sua vera essenza, spero, dunque, in questo mio breve intervento di portervi fornire qualche informazione maggiore e più consapevole circa questo metodo di lavoro nel proprio mondo interno. Buona lettura!

 
 
La psicoanalisi è una modalità di trattamento basata sull'esplorazione dei fattori che determinano i comportamenti e le emozioni di cui le persone non sono consapevoli.

Questi fattori inconsci possono essere causa di condizioni stressanti e d' infelicità. A volte si manifestano come sintomi veri e propri, in altri casi determinano tratti di personalità problematici, difficoltà lavorative, affettive e relazionali, disturbi dell'umore o dell'autostima. La causa del malessere è determinata dunque da elementi patogeni inconsci e per questo motivo i consigli di parenti o amici, la lettura di libri d'auto-aiuto ed altri tentativi del genere sono destinati a non dare sollievo.

La psicoanalisi, come metodo terapeutico, si basa sui concetti che riguardano i processi mentali inconsci originariamente elaborati da Sigmund Freud e successivamente sviluppati, nel tempo, da un numero considerevole di altri analisti.

Il trattamento psicoanalitico è in grado di rivelare in che modo i fattori inconsci influiscono sulle relazioni attuali e sui "pattern" di comportamento e, favorendo collegamenti con le origini storiche, può mostrare come questi fattori si sono sviluppati nel tempo aiutando l'individuo a gestire meglio la propria realtà attuale. Nel corso di un trattamento psicoanalitico la relazione col terapeuta, che inevitabilmente si sviluppa, assume tratti influenzati dal "mondo interno" del paziente.

Tale relazione permette sia all'analista che all'analizzato di condividere un'esperienza esplorativa intensa. In questo modo molti aspetti della persona possono essere capiti più profondamente ed è possibile lavorare sull'opportunità di promuovere auspicabili trasformazioni. Può accadere anche che una persona non senta in sé il bisogno di una "terapia" psicoanalitica ma pensi di trarre beneficio da un'esplorazione del proprio mondo interno e del proprio modo di relazionarsi con le persone che lo circondano. Un desiderio di conoscersi meglio e di funzionare meglio nel mondo può essere una motivazione sufficiente per intraprendere una psicoanalisi. Sia lo psicologo che il paziente s'impegnano seriamente nella definizione del setting formale (frequenza, orari, pagamento delle sedute ecc.). La psicoanalisi può essere applicata a trattamenti individuali,di coppia, di gruppo e familiari

martedì 21 febbraio 2012

Disturbi del comportamento alimentare (DCA)


Carissimi,

oggi volevo fare una breve considerazione sui disturbi del comportamento alimentare, tematica oggigiorno molto frequente e piuttosto spinosa. Mi capita, nella pratica clinica, di avere a che fare con questi problemi, visto che parte della mia formazione passata si è proprio concentrata su questi problemi che mi hanno colpito per diversi aspetti.
L'elemento che spesso emerge di questo disagio è senza dubbio il forte filo conduttore che ha con le questioni familiari, capita, infatti, di sovente che il dca si espressione di un malessere molto spesso più collettivo che riguarda anche altri elementi del proprio nucleo familiare. Credo, infatti, che sia l'anoressia o la bulimia siano sostanzialmente facce della stessa medaglia, medaglia che è stata "forgiata" e "composta" dalle relazioni passate dell'individuo (molto spesso di sesso femminile e di giovane età). Qui, mi si potrebbe obiettare dicendo: "Ma la colpa è sempre dei genitori!". Non amo dare la colpa a nessuno, tanto meno ai genitori, che spesso in questi casi si prodigano molto per la propria figlia (o figlio), ma sicuramente, anche se non ci sono colpe, ci sono delle grandi responsabilità. Infatti, non sempre vi sono genitori attenti ai segnali con cui i dca si manifestano, come disertare la tavola o non curarsi delle crescenti "manie" sul cibo del proprio caro o alla crescente attività fisica. Ritengo che per sconfiggere i dca ci debba essere un grande amore da parte dei genitori e familiari, perchè spesso questi problemi sono segnali di una "fame d'amore" che l'individuo manifesta attraverso il cibo.
Il cibo è anche il primo dono che un individuo riceve appena nasce, attraverso il latte materno. Credo che la valenza simbolica di questo non sia da sottovalutare, infatti attraverso il cibo si veicola anche una relazione (madre-bambino, in primis, ma successivamente anche nell'ambito sociale) che, se non sufficientemente sana ed equilibrata, può poi portare a disagi in età adulta (non solo nell'ambito dei dca).

mercoledì 8 febbraio 2012

Lo psicologo via skype: di chi è il problema???


Carissimi,

oggi volevo condividere con voi una riflessione circa il mondo delle consulenze online che si possono trovare oggigiorno sul web di professionisti, più o meno qualificati, che offrono le loro prestazioni, consulenze direttamente dal web senza nemmeno un incontro reale di persona in studio.
Per prima cosa ritengo che, con una buona dose di buon senso, non si debba generalizzare e quindi mi permetto di escludere dalla mia considerazione tutte quelle forme di aiuto via web legittimato da un reale problema o difficoltà, mi riferisco per esempio ai giovani adolescenti vittime di un isolamento sociale molto forte, per cui l'unica forma di contatto possibile è realmente un'offerta così formulata (di notevole importanza e gravità il fenomeno dell'hikikomori, dove l'aggangio con il mezzo virtuale permette davvero una possibilità di cambiamento per quella persona). Ma fatte queste esclusioni, non comprendo davvero il senso di proporre un consulto, una psicoterapia via skype, via mail....alle persone che soffrono di un malessere. Alcuni colleghi direbbero "ma così è un modo per agganciare quelle persone che non verrebbero negli studi professionali", ma a questa possibile obiezione mi verrebbe da pensare: "Ma forse non è una tua paura che questo non possa accadere? Ossia attraverso un mezzo virtuale, che tiene a distanza le persone, non si replica, seppur con buone intenzioni, un modello difensivo, dove la relazione, che spesso vediamo nella pratica clinica essere l'elemento decisivo dei malesseri, è relegata a uno scambio virtuale e piuttosto freddo? Ma la stretta di mano sulla porta, un sorriso nell'accogliere una persona sofferente, il comportamento non verbale (che veicola tra l'altro il 90% della comunicazione) dove li mettono i colleghi che si rivolgono a queste forme  "virtuali" (già la parola stessa non è garante di una vera relazione!)?
Credo che la tecnologia sia un mezzo importante, che con essa è davvero possibile raggiungere l'altro, i suoi timori, le sue paure, crisi esistenziali e malesseri di varia natura, che con essa possa aggiornarsi, vedere come è possibile curare quei disagi vissuti...ma poi il passo verso la cura deve essere relazionale. Ripenso al post della collega Carciotto del 1 febbraio u.s sullo psicologo in farmacia e alle sue parole circa la difficoltà che le persone devono incontrare per affrontare i loro problemi, difficoltà certo condivisa con lo psicologo, vissuta a due in un viaggio a ritroso nel proprio passato, ma che è importante che ci sia perchè solo superandola sarà possibile un vero e stabile cambiamento, altrimenti davvero si può parlare di relazione di aiuto legata ad un supporto, a un sostegno ma non di percorso terapeutico! Probabilmente i ritmi della società di oggi impongono forme di aiuto al passo con i tempi, terapie online e quant'altro sono modelli che rispondono sicuramente a questa velocità, ma non dobbiamo dimenticare che gli stessi problemi, malesseri, ansie, stress che vengono vissute oggigiorno come elementi problematici sono gli stessi derivati, in parte, di questi ritmi accelerati. E allora mi domando: un supporto virtuale d'aiuto non è forse un modo di risolvere un problema in un modo analogo (per forma e contenuti) a cosa ha generato il problema???!!!

mercoledì 1 febbraio 2012

Lo psicologo in farmacia


    Carissimi,

    oggi postiamo un articolo della collega Carciotto su la figura dello psicologo in farmacia. Buona lettura!
     

    Sfogliando una rivista mi imbatto ieri in un titolo “Io, psicologo in farmacia, vi faccio vivere meglio..a prezzi popolari”. È il titolo di un articolo che racconta della iniziativa promossa dalla regione Lombardia in collaborazione con l’Università Cattolica. L’iniziativa non mi giunge nuova: il n. 2 del Giornale dell’Ordine nazionale degli Psicologi (numero di ottobre 2011) aveva pubblicato il progetto “Psicologo in farmacia” sperimentato in Umbria in collaborazione con l’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Perugia, in occasione della Settimana del benessere psicologico in Umbria.

    Tornando all’articolo letto ieri, parla di una soluzione di cui ora può disporre il cittadino pagando un ticket di soli 10 euro che gli consente di accedere ad uno sportello di primo ascolto in farmacia. Uno psicoterapeuta, psicologo e specialista in Terapia Breve Strategica presente in farmacia mira alla soluzione del problema superando il modello per il quale prima veniva spiegato al paziente come convivere col suo problema col rischio che vi si identificasse.

    Continuando a seguire l’articolo, se il disagio di chiedere aiuto è insormontabile un ulteriore filtro, una pagina face book – Psicologo a Milano, per avere un consulto via chat. E ancora, per avere un consulto sempre in tasca, direi io, propongono anche una applicazione ad hoc per l’Iphone. In pratica, chiude l’articolo, “se il paziente non va dallo psicologo è lo psicologo che va da lui”. La lettura di questo breve articolo mi fa interrogare. Ritengo utile uscire dai nostri studi, smontando l’immagine silente e tanto parodiata dello studioso del funzionamento psichico.

    Una immagine quasi asettica e forse inflazionata. Credo sia funzionale “sporcare” il classico e ortodosso setting e incontrare il bisogno psicologico che muta ed evolve al passo coi tempi, ma mi chiedo, non rischiamo di saturare troppo con queste molteplici e variegate offerte? Mi vengono in mente le considerazioni di Thomas H. Ogden sul primo incontro analitico, che suggeriscono di non mettere a proprio agio il paziente in modo esagerato, chiedendo magari se è stato facile raggiungere lo studio o trovare parcheggio. L’autore considera un tale atteggiamento come un iniziale messaggio fornito al paziente che si incontra per la prima volta che la terapia debba essere qualcosa di facile accesso.

    Una psicoterapia non lo è, richiede un forte investimento, emotivo, energetico ed economico. E con questo noi, terapeuti di formazione analitica, ci misuriamo. Che tempo concediamo al disagio di essere riconosciuto dalla persona stessa? Allora forse bisogna chiedersi dove sta il limite tra cosa è psicoterapia e cosa è una relazione d’aiuto.

    Recupero il ricordo dell’intervento tenuto da uno psicoterapeuta, gruppoanalista e psicosociologo clinico torinese ascoltato un mese fa in una giornata di studio. Egli ci invita a riflettere sul fatto che se tutto è psicoterapia nulla lo è. La proposta evidenziata nell’articolo è quella di semplificare l’accesso, offrendo “un aiuto sotto casa”, arginando la paura delle persone di andare dallo specialista, ma mi chiedo, con tutte queste offerte, di chi è davvero la paura?

    Trovo utile chiudere con le parole del collega Santini nel post del 29 gennaio u.s. “una comprensione psicologica che passa necessariamente attraverso la condivisione emotiva e cognitiva di aspetti profondi di sé”

    A cura della dottoressa Tiziana Carciotto
    Psicologa - Via Siena 24, Catania

    domenica 29 gennaio 2012

    Come farsi aiutare? Un cammino a due





    Carissimi,

    dopo la pausa dalle vacanze invernali, ho ricevuto diverse mail in merito a malesseri di coppia, personali/esistenziali, familiari...ecc ecc, ma la cosa che mi ha colpito di più era la domanda che queste persone mi ponevano esplicitamente o, talvolta, implicitamente: "ma forse questo malessere non è così importante", "dottore forse le faccio perdere del tempo visto che a volte sto anche meglio ed è un vissuto passeggero" ecc.

    Mi colpisce vedere come a volte, anche per i ritmi che la società di impone, non ci fermiano a sentire davvero cosa si muove dentro di noi, sia nei momenti di felicità che in quelli di tristezza, come se il compito ultimo che siamo chiamati a fare nella vita sia quello di sopportare questi vissuti, farceli andare bene, senza una reale voglia di cambiamento. Credo che ci sia anche una buona dose di paura nell'affrontare un cambiamento e, forse, è un bene che ci sia (la paura è anche un meccanismo di difesa che fa evolvere l'uomo) Oltre a questo credo anche che nel superare questo passo importante verso il cambiamento, si pone davanti alla persona un altro problema: affidarsi ad un Altro diverso da sè stesso per stare meglio, a cui ci si rivolge portando le proprie fragilità e malesseri e le proprie paure e fantasie. Passaggio non da poco!

    Credo, però, che questo passaggio, questo cambiamento sia maggiormente possibile se sappiamo a chi ci rivolgiamo, a come viene interpretato il lavoro analitico che si stabilisce tra lo psicologo e la persona che richiede un consulto.

    Per tale motivo, mi piace terminare questa mia riflessione domenicale con alcune specificazioni sulla figura dello psicologo clinico, per come lo intendo io nel mio lavoro quotidiano a contatto con quelle parti così preziose e così delicate che sopra menzionavo, e che, spesso, comunicano in forme che sono difficili da capire soprattutto in alcuni momenti della propria vita.

    Per permettere al lettore una maggiore comprensione e definizione del ruolo dello psicologo che, in questi ultimi anni, è stato affiancato da molte figure più o meno (spesso meno) professionali, vi scrivo di seguito alcuni elementi che spero vi possano aiutare:

    Perché rivolgersi a uno psicologo?

    Spesso capita che in un determinato momento della propria vita, si percepiscano sintomi che producono malessere, sofferenza o un semplice disagio.

    È un errore ritenere che bisogna andare dallo psicologo perché si è irrecuperabili! È un luogo comune da sfatare, e tanto si sta facendo per divulgare una cultura della prevenzione, del sostegno e del benessere.

    Rivolgersi a uno psicologo clinico NON SIGNIFICA “essere malati” ma avere una consulto riguardo la propria condizione momentanea o più duratura e cercare insieme al professionista una possibile alternativa al malessere che pesa su se stessi.

    La maggior parte delle persone teme la sofferenza personale, il disturbo psichico per la paura di essere considerato un diverso, ma così facendo, si crea un circolo vizioso che impedisce di trovare la via giusta per poter uscire da un momento di impasse.

    Attraverso la consultazione si diventa in grado di CAPIRE la propria sofferenza, attivandosi per cercare di alleviarla.

    Cosa è una diagnosi e a cosa serve?

    Come prima cosa la diagnosi permette di ottenere informazioni sul sintomo lamentato, la sua natura, entità, cause scatenati e conseguenze.

    La diagnosi psicologica non si limita però al riconoscimento ed alla classificazione dei sintomi o all’inquadramento di una malattia (come avviene in ambito medico) ma, tenendo conto della complessità e dell’unicità di ogni individuo, si propone di giungere ad una comprensione psicologica che passa necessariamente attraverso la condivisione emotiva e cognitiva di aspetti profondi di sé.

    Cosa è la consulenza psicologica (o sostegno psicologico)?

    Attraverso la consulenza psicologica si cerca di analizzare, esplorare il problema portato dalla persona che interferisce sul suo benessere fisico e psichico.

    Nel percorso di consulenza si stabiliscono gli obiettivi che si vogliono raggiungere e si accompagna il soggetto nei momenti di cambiamento, difficoltà o stasi che vive, cercando di stabilire insieme i passi per poter poi giungere alla soddisfazione dell’obiettivo prefissato.

    mercoledì 14 dicembre 2011

    Stress pre- vacanze

    Carissimi,
    si avvicinano le vacanze e il post di oggi vuole essere in linea con il periodo pre-vacanziero! Lo stress che si accumula in periodi che di norma sarebbero deputati al relax, alla condivisione di momenti di serenità e di vicinanza, è spessopresente in misura maggiore  rispetto a quello presente in altri momenti dell'anno e le situazioni di riposo vengono spesso viziate da liti, incomprensioni e problemi di varia natura.

    Come mai tutto ciò accade così di frequente in questi momenti dell'anno?

    Inninzittutto è bene esplicitare che la vacanza non è un obbligo ma è un momento in cui ognuno si può dedicare a se stesso, ai propri desideri, cercando il più possibile di evitare di conformarsi con la società e con ciò che sarebbe giusto fare (e poi, giusto per chi?!). Spesso, infatti, in questi momenti si vuole dimostrare qualcosa agli altri, per guadagnare rispetto e stima, a discapito però del proprio desiderio e del proprio benessere, facendo così accrescere una tensione interna che è poi destinata a trovare uno sfogo (peggio ancora è quando rimane dentro e logora dall'interno la persona). Se l'ansia è già presente in voi, è forse necessario fare una scelta vacanziera che non sia fonte ulteriore di ansia, ma che anzi possa andare ad alleviare questo stato di tensione (es: viaggio organizzato vs viaggio all'avventura!).
    Se poi lo stress da vacanza si trasforma in un vero e proprio nemico da combattere, allora è meglio affrontare il problema seriamente rivolgendosi ad uno psicologo per un trattamento specifico.

    giovedì 1 dicembre 2011

    Aiutare un proprio caro...


    Carissimi,
    oggi vorrei iniziare con una richiesta che è giunta al mio sito attraverso il modulo contatti alcuni giorni fa. Non è raro per me ricevere queste richieste e da questo spunto, vorrei condividere con voi alcune riflessioni circa l'aiuto che ciascuno di noi può dare al proprio caro che soffre di un disagio psicologico.

    "Buona sera Sto cercando un centro di sostegno psicologico perchè mio fratello si è appena separato e sta cadendo in depressione ha dei forti sbalzi di umore. Vorrei sapere se è possibile avere un appuntamento a breve. Grazie"

    Una delle prime emozioni che proviamo quando vediamo il disagio negli occhi dell'altro è la voglia di renderci utili per aiutarlo a stare bene e in questo ci adoperiamo in diverse maniere, fornendo un aiuto concreto, dei consigli, il nominativo di uno specialista ecc ecc, e a volte questo può bastare nel risolvere la situazione. 

    Ma quando invece questo non basta e la persona non ha voglia di farsi aiutare? Rifiuta l'aiuto e anzi nega che sia realmente bisognoso e da del "malato" a chi lo vuole aiutare?

    Qui le cose si complicano, e anche i sentimenti che "l'aiutante" prova si intensificano, si prova disagio, rabbia per un qualcosa che non va come si aveva pensato, frustrazione, paura che la situazione non possa evolversi al meglio come era prima, si incrinano i rapporti con il "malato" ecc ecc. In questi casi, non vi è purtroppo un modo giusto da seguire. A mio avviso, per l'esperienza che ho maturato in questi anni in diversi contesti clinici, ho sempre consigliato al richiedente di condividere con il proprio caro questi passaggi, che vengono spesso percepiti e agiti come sotterranei, e comunicati a lui solo a cosa fatta, "caro, ti ho fissato un appuntamento con il dottore". Questo spesso, in un momento già di fragilità per la persona, fa perdere la fiducia nei cari e di conseguenza nelle loro, seppur buone, azioni. 


    A presto
    dr. Marco Santini
    Psicologo - Via Monte Grappa 272 - Sesto San Giovanni
    www.percorsipsicologici.com

    domenica 6 novembre 2011

    Disturbo post traumatico da stress (PTSD)


    Carissimi,

    l'argomento di oggi è relativo ad un disturbo che colpisce soprattutto gli operatori dei servizi al cittadino che operano in contesti di emergenza, mi riferisco quindi al personale delle ambulanze, gli operatori di pubblica sicurezza, i soldati...tuttavia questo disturbo può essere riscontrato anche nel comune cittadino che ha assistito ad un evento traumatizzante (come è avvenuto, per esempio, ad alcuni newyorkesi che hanno visto cadere le torri gemelle nel 2001). Il disturbo post traumatico da stress è l'insieme delle forti sofferenze psicologiche che conseguono ad un evento traumatico, catastrofico o violento. La diagnosi di PTSD necessita che i sintomi siano sempre conseguenza di un evento critico, ma l'aver vissuto un'esperienza critica di per sé non genera automaticamente un disturbo post-traumatico (per nostra fortuna!).  I criteri che caratterizzano questo disturbo sono diversi e riguardano il vissuto traumatico che riemerge con incubi, ricordi spiacevoli ricorrenti ed intrusivi, disagio intenso all'esposizione di fattori che ricordano o simboleggiano la situazione originaria. Oltre a questi elementi vi è un marcato evitamento di tutti gli stimoli che possano far ricordare l'evento-trauma, come per esempio l'incapacità a ricordare qualche aspetto importante del trauma, una riduzione dell'interesse e partecipazione ad attività significative, un'affettività ridotta, sentimenti di distacco verso gli altri, sentimenti di diminuzione delle prospettive future...Tutti questi sintomi (riportati qui solo in piccola parte) portano ad irritabilità, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme, difficoltà ad addormentarsi. Molte persone si ritrovano a vivere esperienze traumatiche, ma non tutte sviluppano il disturbo post-traumatico da stress.

    Da un recente studio, per esempio, è emerso che solo il 25% delle persone passate attraverso un evento traumatico con conseguenti lesioni fisiche aveva in seguito sviluppato il disturbo (Shalev et al., 1996). Si può quindi concludere che l'evento in sé non può essere l'unica causa del disturbo.
    Attualmente la ricerca in questo campo sta tentando di individuare quali fattori distinguano gli individui che in seguito a un grave trauma sviluppano il disturbo post-traumatico da stress da quelli che non lo sviluppano. Il consiglio, concludendo, è quello di monitorare il proprio stato psichico e laddove si riscontrino sintomi simili a quelli soprariportati, si cerchi un aiuto per una loro rapida comprensione e risoluzione.

    mercoledì 26 ottobre 2011

    Il nostro bambino relazionale

    Carissimi,
    oggi posto una citazione di Freud (1905, Tre saggi sulla sessualità) che, 
    seppur breve, stimola diverse riflessioni personali-relazionali. 
     
    "Zia, parlami! Ho paura, c’è tanto buio qui”. 
    
    La zia gli rispose: “A che servirebbe? 
    Tanto non puoi vedermi”.
    
    “Non c’entra”, rispose il bambino, 
    “se qualcuno parla, il buio scompare”

    Ciò di cui aveva paura il bambino non era il buio ma l'assenza di 
    qualcuno che amava; ed egli era certo di non aver più paura, appena avesse 
    sentito la presenza di quella persona. 
    Ma troppo spesso ignoriamo il bisogno di quel bambino che vive dentro di noi
    e le relazioni interpersonali subiscono sofferenza e dolore...prestate attenzione
    al vostro "bambino" interno... 
    Buona giornata
    dr Marco Santini
    www.percorsipsicologici.com

    martedì 18 ottobre 2011

    Quando fare una psicoterapia?


    Carissimi,

    oggi vorrei spendere due parole su un tema che spesso è menzionato nelle domande che mi giungono per e-mail, ossia quando è necessario fare una psicoterapia e soprattutto la paura di intraprendere un percorso sconosciuto e, molto spesso, anche temuto. Credo che le paure in gioco siano diverse, soggettive, relative alla propria storia, ma spesso emerge anche una paura legata al fatto che non si sa cosa cosa ci si aspetta da questo passo così importante. Spesso ci sono paure di dipendenza (devo dipendere dal mio psicoterapeuta), di intrusione (non voglio che mi si legga nel pensiero), preconcetti (è per i matti, io sto benissimo!). Ora, io ritengo che la psicoterapia sia invece un momento della vita della persona in cui il soggetto vuole fare un pò di chiarezza su cosa non va, un percorso in cui, con l'ausilio di una persona esperta, si intraprende un viaggio alla scoperta di parti di sè sconosciute, messe in ombra, di cui non si è mai voluto forse sapere troppo ma che ci parlano fin troppo (con i sintomi, con il malessere). Tenendo a mente questa visione, allora la psicoterapia non è più un'esperienza da temere, ma un momento che può far accrescere maggior consapevolezza di sè e per certi versi è un momento anche di crescita personale. Un momento dove le proprie tessere del proprio puzzle, chiamato vita, si incontrano e si incastrano dando un'immagine di sè più chiara e più consapevole delle varie parti che ci caratterizzano come individui.

    giovedì 13 ottobre 2011

    Ansia, ansia, ansia......

    I disturbi d'ansia sono stati per lungo tempo considerati forme di nevrosi, ovvero un insieme molto vasto di disturbi caratterizzati da ansia non legata a ragioni obiettive e da altri problemi associati. Questi disturbi vennero concettualizzati grazie al lavoro clinico svolto da Sigmund Freud sui suoi pazienti; di conseguenza, la categoria diagnostica delle nevrosi finì per essere inestricabilmente connessa con la teoria psicanalitica. Inizialmente vennero inseriti nel gruppo delle nevrosi disturbi molto diversi fra loro, utilizzando come criterio diagnostico il fatto che alla base di tutti vi fosse un problema di ansia rimossa.
    Col trascorrere del tempo diversi psicopatologi iniziarono a mettere in discussione l'opportunità di mantenere in vita il concetto di nevrosi, dato che era diventato talmente esteso e onnicomprensivo da svuotarsi di ogni significato quale categoria diagnostica. A partire dalla terza versione del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), e specialmente nella quarta (ed ultima, allo stato presente), le vecchie categorie delle nevrosi vengono redistribuite tra nuove e più precise categorie diagnostiche; fra queste i disturbi d'ansia. Non c'è solo un ansia "cattiva", l’ansia "buona", fisiologica e funzionale rappresenta una sollecitazione che ci muove e ci fa selezionare gli stimoli con maggiore attenzione.
    In realtà non potremmo vivere senza ansia e senza di essa molte emozioni sarebbero più sbiadite, meno intense e suggestive.
    Pensiamo ad un incontro con una persona che ci attrea e ci interessa e al corollario di emozioni che accompagna questo evento…
    L’ansia può essere quindi uno strumento un limite a seconda dell’uso che ne facciamo o del modo in cui la viviamo.Se però ci costringe a vivere le situazioni con preoccupazione, ad evitarle (fobie) o a rinchiuderci in noi stessi, allora è il caso di affrontarla rivolgendosi ad uno specialista.

    dr Marco Santini
    www.percorsipsicologici.com